On the Book

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PoesieRacconti.it


sabato 19 marzo 2011

Mitico Carlo Verdone.... BOROTALCO (1981)

 http://www.cinemadelsilenzio.it/images/film/poster/10487_big.jpg
 
Può succedere che un complessato venditore di pubblicazioni a domicilio venga scambiato per un consumato uomo di mondo?
 
Titolo originale Borotalco
Paese Italia
Anno 1982
Durata 98 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere commedia
Regia Carlo Verdone
Soggetto Carlo Verdone, Enrico Oldoini
Sceneggiatura Carlo Verdone, Enrico Oldoini
Produttore Mario Cecchi Gori, Vittorio Cecchi Gori
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Lucio Dalla, Fabio Liberatori, Stadio
Tema musicale L'ultima luna (Lucio Dalla)
Scenografia Gian Maria Avetta
Interpreti e personaggi
Premi

Classico giro di boa nella carriera di Carlo Verdone, Borotalco, sua terza regia, rappresenta il distacco dal fregoliano macchiettismo degli esordi (Un sacco bello; Bianco, rosso e Verdone), per dar vita, cosceneggiatore con Enrico Oldoini, al suo primo film “completo”. Mettendosi un po’ da parte come attore, emergono ora le sue indubbie doti registiche, dando anche il giusto rilievo, oltre alla coprotagonista Eleonora Giorgi,  a quelli che in apparenza sono dei personaggi minori ma che nella loro complessità assumono rilevanza nella storia a tal punto da divenire parte dell’immaginario collettivo: dall’aspirante ballerino Christian De Sica, a Roberta Manfredi ritratto delle più elementari aspirazioni borghesi, passando per il truce padre di lei, lo straordinario Mario Brega e finendo con Angelo Infanti, “uomo di mondo” dalla vita omerica, almeno a parole (“un bel giorno mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana…”). Sergio (Verdone), ragazzo romano timido ed imbranato, divide una stanza in un convitto con l’amico Marcello (De Sica), in attesa di sposarsi con la fidanzata Rossella (Manfredi), che lo stressa per il lavoro che si è scelto, venditore porta a porta di enciclopedie musicali, quando il padre di lei (Brega) lo vorrebbe impiegato nel suo negozio di alimentari appena rimesso a nuovo; per la stessa ditta lavora Nadia (Giorgi), fan sfegatata di Lucio Dalla ( non lo vediamo mai, ma è comunque un protagonista del film, tra canzoni e presenza “virtuale”), una ragazza sognatrice, ma con i piedi ben saldi per terra, ai primi posti nelle vendite, grazie alla sua intraprendenza. I due si incontreranno causa un comune appuntamento presso tale Manuel Fantoni (Infanti), dal quale Sergio resterà tanto affascinato da prenderne le sembianze di fronte a Nadia, una volta che il sedicente viveur viene prelevato dai Carabinieri, dando vita ad una serie di equivoci tragicomici, sino ad un sorprendente finale. Importazione nella Roma anni ’80 della classica screwball di scuola americana, con richiami anche a certe commedie di Mario Camerini, il film, pur con qualche intoppo qua e là, si presenta sciolto, compatto, ben realizzato, tutto giocato sull’iniziale contrapposizione tra i due protagonisti che diviene man mano esaustiva complicità nell’escogitare ogni tipo di espediente per poter continuare a sognare e fuggire così, grazie alla vivida forza dell’immaginazione, da quella ordinarietà borghese elevata a stile e modello di vita. Pur sdoppiandosi in Fantoni, Verdone evita virtuosismi e narcisismi, dando vita ad un personaggio a tutto tondo, “prototipo dell’homus verdonianus” (Antonio D’Olivo), simpatico, dolcemente timido, Candido moderno che affronta il mondo e le varie vicissitudini della vita con sguardo sognante, tra nevrosi e disincanto, trovando il suo contraltare nella lunaticità ed inafferrabilità dell’universo femminile: un soffio di borotalco sui disagi esistenziali, simbolo di quel minimo di teatralità che la vita spesso richiede per affrontare il quotidiano e poter andare avanti, senza superare il labile limite tra sogno e realtà, ma lambendo le sponde di entrambi.



http://asso.machiavelli.free.fr/Site_francais/Culture_Italienne/Cinema/Images_cinema/borotalco1.jpg

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/6/6d/Borotalco_(film).JPG

Carlo Verdone di Antonio D'Olivo


Come è mutato il suo modo di fare cinema dai tempi di Un sacco bello?

È molto cambiato. Come prima cosa direi che il virtuosismo si è molto moderato. I primi due film, Un sacco bello e Bianco rosso e Verdone, sono curiosi, originali, non tanto per la struttura della storia, in realtà piuttosto semplice, ma per il fatto che un solo attore interpreta più personaggi. Questa scelta li rende originali, oltre naturalmente al modo in cui li faccio agire e parlare. Borotalco segna la svolta: con il personaggio di Sergio Benvenuti abbandono il virtuosismo per tentare la strada del personaggio unico, pur sdoppiandomi con l'imitazione di Manuel Fantoni. È stata una verifica: se il pubblico non lo avesse accettato non avrei mai potuto decollare come attore e regista su una storia e un personaggio unico. Sarei rimasto un virtuoso. Borotalco dunque è stato il film più importante della mia carriera. Poi, con il passare del tempo, il mio modo di fare cinema è cambiato anche grazie all'esperienza, che mi ha portato a essere più sicuro, più ponderato: si affina "l'arte di nascondere l'arte" e si diventa più abili, più tranquilli. Anche i tempi si riescono a gestire meglio, riducendo quelle "sbrodolature" che riscontro in alcuni dei miei primi film (nonostante ciò in Un sacco bello ci sono di performance che ancora oggi trovo di una rapidità di esecuzione incredibile!). Dai tempi di Borotalco, poi, ho approfondito l'analisi della sceneggiatura, e dedico un'attenzione maggiore anche a qualche movimento di macchina. Io mi ritengo sempre un tradizionalista nel muovere la macchina da presa, eppure sia in Ma che colpa abbiamo noi che in L'amore è eterno finché dura sono riuscito finalmente a usare un po' di steady-cam. Certo, non è facile fare l'attore e il regista insieme!

Comunque considera sempre Borotalco il suo miglior film?

Non il migliore, ma sicuramente tra i migliori che ho fatto. A livello di scrittura è un film molto brioso, molto brillante, una commedia piena di equivoci scritta molto, molto bene. Con Enrico Oldoini lavorammo la bellezza di un anno al soggetto e alla sceneggiatura, ne buttammo quattro prima di arrivare a Borotalco. Quel film era essenziale per la mia sopravvivenza: non lo dovevo sbagliare. Anzi, dovevo creare qualcosa di nuovo. Credo che Borotalco, insieme a Maledetto il giorno che t'ho incontrato e Compagni di scuola, sia uno dei miei film migliori, ma c'è anche Al lupo, al lupo che a me piace molto... comunque ogni spettatore ha il suo film del cuore. Certamente questi tre li metto tra i miei preferiti.




Con il protagonista di Borotalco viene messo a punto un personaggio che e un po' considerato "l'homus verdonianus". Simpatico, dolce, malinconico, un po'a disagio con il mondo, alle volte fragile, delicatamente nevrotico. Tutto il contrario degli smargiassi di Sordi, Tognazzi, Gassman, mostruosi e cinici.

Borotalco nasce subito dopo l'esperienza del grande movimento femminista che aveva messo completamente in crisi il maschio, quel maschio che era già in difficoltà e in crisi di solitudine nel mio primo film Un sacco bello e poi, in modo diverso, in Bianco, rosso e Verdone, in cui se ne coglievano tic e difetti. Avevamo sempre visto sul grande schermo personaggi che tradivano, che facevano, diciamo cosi, "i galli cedroni". I miei personaggi maschili sono invece sempre stati in qualche modo degli sconfitti che avevano perso ogni punto di riferimento. In Borotalco c'è già, in nuce, tutto quello che sarebbe stato il mio cinema. Poi alcuni film sono diventati più poetici, come Al lupo, al lupo, altri più raffinati, come Maledetto il giorno che t'ho incontrato, ma in Borotalco si può trovare l'anima verdoniana al cento per cento: le timidezze, le fragilità, i momenti di poesia e, anche, l'immancabile finale melanconico.

Sempre con Borotalco nasce anche una sorta di struttura narrativa basata sul contrasto, la contrapposizione tra due personaggi di carattere opposto.

Sì, una contrapposizione che sarà poi il denominatore comune di tante mie pellicole, perché io ho sempre vissuto sui contrasti, soprattutto tra me e la donna, vedi Acqua e sapone, Io e mia sorella, Stasera a casa di Alice, Maledetto il giorno che t'ho incontrato e Al lupo, al lupo. C'è sempre il contrasto, c'è sempre una donna che mette nei guai il personaggio maschile. In Maledetto il giorno che t'ho incontrato nei guai non mi ci mette tanto la Buy, quanto Elisabetta Pozzi, la donna che mi lascia all'inizio del film. Poi anche la Buy ci mette del suo, soprattutto alla fine del film! La contrapposizione nasce dall'incontro tra un carattere maschile fragile e un carattere spesso lunatico, inafferrabile come quello dell'universo femminile.

© 2008, Editrice Il Castoro
Antonio D’Olivo – Carlo Verdone
134 pag., 11,90 € – Edizioni Il Castoro 2008 (Il castoro cinema)
ISBN 978-88-80-33424-8


L'autore

Antonio D’Olivo (Udine, 1959) ha lavorato per i settimanali «Panorama» e «Epoca». E’ stato giornalista parlamentare per il quotidiano «Brescia Oggi» e per il Gruppo Class Editore. Dal 1990 lavora al Giornale Radio Rai di cui è critico cinematografico e inviato. Dal 1997 al 2007 è stato uno di conduttori del contenitore culturale di Radio 1 “Il baco del millennio”, trasmissione ideata da Piero Dorfles.



Citazioni dal film


Sergio (Carlo Verdone) venditore di enciclopedie porta a porta, ha appena assistito all’arresto del sedicento architetto Manuel Fantoni (Angelo Infanti), nel frattempo alla porta suona Nadia (Eleonora Giorgi) che lo scambia per il padrone di casa e notando le foto con dedica di attori  famosi sparse sulla mobilia si incuriosisce:
Nadia: Buurt Lancaster? nooo!
Sergio: ah! si Burt….
Nadia: ma com’è, che tipo è?
Sergio (scuotendo la testa): alcolizzato totale poveraccio…
Nadia (stupita): Nooo!
Sergio: l’altra sera m’ha combinato un macello sulla moquette, m’ha vomitato  e l’ho dovuto prendere e cacciare via, non cè niente da fare, certa gente non si deve più invitare a casa…
Ormai completante immerso nel suo personaggio Sergio decide di strafare e per far colpo su Nadia parte con una spassoso resosconto sulla sua gioventù:
Sergio: …anch’io da ragazzo non ero nessuno, conducevo una vita assurda, squallida, ho fatto di tutto, ho rubato, mi sono drogato, sono andato con le donne…gli uomini, insomma ho cercato di fare ogni tipo d’esperienza, perchè secondo me la vita va proprio vissuta proprio in maniera totale, globale, non so se mi intendi..un giorno a Bombay ti incontro un ragazza mezza cinese, mezza giapponese, insomma di quelle parti là, una gran bella ragazza….
Il racconto si fa sempre più interessante e fasullo, aumentano i particolari inventati al momento, sino al culmine in cui in stile telenovela Sergio racconta lo struggente finale…
Sergio (visibilmente commosso): …e da quel giorno non la vidi più, di lei mi rimase soltanto…un kimono!



domenica 13 marzo 2011

E io rinascerò...“Cervo a primavera” (1980)



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http://img217.imageshack.us/img217/9680/bambi2gi3.jpg
 
“Cervo a primavera” vede la stagione della primavera come una rinascita, una trasformazione totale e la realizzazione di sogni e desideri. Riccardo Cocciante prende come esempio e come simbolo della sua canzone il cervo, animale elegante, leggiadro ed estremamente libero. Inoltre nel testo sono presenti moltissimi altri riferimenti al mondo animale e vegetale che sottolineano l’immedesimazione  del cantante nella natura e delicata bellezza del Creato. E Cocciante è l' eterno migratore, intento a volteggiare nel cielo senza la paura di cadere.
Nelle ultime tre strofe l’ autore si rivolge ad un amico, probabilmente immaginario, sensibile come lui, capace di capirlo ed ascoltarlo, capace di comprendere tutti i suoi desideri, l' emozione e l' incanto della primavera. Molto significative, alla fine, le parole che immergono il cantante nell’ infinito, tra il cielo e la terra, dove lui è felice di esser nato.

                           (Virna Magagnotti)
 (SOLE OTTOBRINO) 


L' Emozione Umana che l'autore lascia trasparire magistralmente con l'espressione poetica e canora di una immagine della natura colta dai suoi occhi e, soprattutto, dal suo cuore...




Cocciante, parlando ad un amico, descrive il profondo turbamento interiore ed esistenziale che sta attraversando. “…Diverrò gabbiano da scogliera…” “…ed io rinascerò cervo a primavera…”. La parte più bella e significativa è quella finale: “….con un mio ruolo definito, così felice di essere nato tra cielo, terra e l’infinito…” dove Cocciante ci fa capire la sua voglia di vivere e il sogno che vorrebbe realizzare di rinascere e proiettarsi verso l’infinito, l’immenso.
                                               (Beatrice Gallotti)                        
 
http://blog.scuolaer.it/Messaggio.aspx?IDBlog=975&IDMsg=18918
http://ec2.images-amazon.com/images/P/B00000GBC3.01._AA320_SCLZZZZZZZ_.jpg

Cervo a primavera

E io rinascerò
cervo a primavera,
oppure diverrò
gabbiano da scogliera
senza più niente da scordare,
senza domande più da fare
con uno spazio da occupare.

E io rinascerò

amico che mi sai capire
e mi trasformerò
in qualcuno che non può più fallire
una pernice di montagna,
che vola eppur non sogna
in una foglia o una castagna.

E io rinascerò

amico caro amico mio
e mi ritroverò,
con penne e piume senza io
senza paura di cadere,
intento solo a volteggiare
come un eterno migratore

E io rinascerò

senza complessi e frustrazioni
amico mio ascolterò
le sinfonie delle stagioni
con un mio ruolo definito,
così felice di esser nato
tra cielo terra e l'infinito.

Riccardo Cocciante



Cervo a primavera è l' ottavo album di Riccardo Cocciante, del 1980.
Con questo lavoro ha inizio la collaborazione tra il cantautore e Mogol.

http://www.argiadidonato.it/wp-content/uploads/goccia1.jpg
 
Insoddisfatto del disco precedente, il cantante non si lascia sfuggire l'occasione di lavorare con Mogol, reduce dal "divorzio" con Battisti. L'accoppiata funziona benissimo: Cocciante porta in vetta alla hit-parade la sontuosa melodia di Cervo a primavera, e l'album, arrangiato dall'ex Rokes Shel Shapiro, regala al suo repertorio un altro evergreen su uno dei suoi temi preferiti (Il mio amico carissimo).
 
 
 
45 giri più venduti nel mese di marzo 1981
  1. Sarà perché ti amo-Ricchi e poveri
  2. Gioca jouer-Claudio Cecchetto
  3. Maledetta primavera-Loretta Goggi
  4. Per Elisa-Alice
  5. Woman in love-Barbra Streisand
  6. Non posso perderti-Bobby Solo
  7. Cervo a primavera-Riccardo Cocciante
  8. Johnny and Mary-Robert Palmer
  9. Ti rockero'-Heather Parisi
  10. Ancora-Edoardo de Crescenzo

sabato 12 marzo 2011

" Io non voglio essere qualcosa che non sono: non mi piaceva essere qualcun altro " Le folli notti del dottor Jerryll, 1963


Le Folli Notti del Dottor Jerryll

(The Nutty Professor)

http://wiki.the-frame.com/images/thumb/6/6e/NuttyProfessor%281963%29-poster.jpg/250px-NuttyProfessor%281963%29-poster.jpg

Le folli notti del dottor Jerryll
Titolo originale The Nutty Professor
Paese Stati Uniti d'America
Anno 1963
Durata 107 min.
Colore colore
Audio sonoro
Genere commedia
Regia Jerry Lewis
Soggetto Jerry Lewis, Bill Richmond
Sceneggiatura Jerry Lewis, Bill Richmond
Produttore Ernest D. Glucksman
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Film del: 1963     Genere: Commedia
Durata: 107 minuti   

Dal discorso finale dello scienziato Jerry Lewis, ridiventato timido e bruttino

" Per imparare una lezione dalla vita non è mai troppo tardi. E io credo che la lezione che ho avuto sia stata salutare. Io non voglio essere qualcosa che non sono: non mi piaceva essere qualcun altro. E nello stesso tempo sono contento di esserlo stato perché ho scoperto una cosa di cui non mi ero reso conto: è meglio andar d'accordo con se stessi. Pensate a tutto il tempo che uno deve passare con se stesso. Beh... se non si ha stima di noi stessi, come si può pretendere che ce l'abbiano gli altri? Ecco quel che ho scoperto. "

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEg8C9MISZ8VXUOAq694VBvhuuYOR6ZEGKRx3eh2rW50XaAR9_7UxAXdlGdHWm_nx6aHl3QMUxIxDDvbRFqEfR1VRizSWM_8NTurjBnGOdwLmDgJfHWc698UWYzsVY18qvP3xit54NA8htg/s1600/jerry_lewis_the_nutty_professor_1963.jpg

Trama:

Julius F. Kelp professore di scienze che viene spesso ridicolizzato dai suoi stessi allievi, è follemente innamorato della sua allieva più bella. Per conquistarla decide di ricorrere alla chimica ma non tutto andrà per il verso giusto.


Julius F. Kelp professore di scienze che viene spesso ridicolizzato dai suoi stessi allievi, è follemente innamorato della sua allieva più bella. Per conquistarla decide di ricorrere alla chimica, inventa una pozione la chiama Kelp-Tonic e decide di sperimentarla su sè stesso. Ottiene come effetto, di diventare per un tempo limitato, Buddy Love un personaggio tanto affascinante quanto odioso. Stella ovviamente si innamora di lui. Il gioco dura fino a quando, per un errore di dosaggio, Buddy Love ridiventa il professor Kelp su un palcoscenico, davanti ai suoi studenti ed è costretto a rivelare il trucco.

http://img168.imageshack.us/img168/8494/jekkil9uw3.png 

 

Recensione del film: 

Le Folli Notti del Dottor Jerryll

E’ evidente come il Cinema di Jerry Lewis sia un Cinema che analizza il Doppio in qualsiasi sua forma, ed è quindi normale che nel suo percorso artistico non potesse mancare il riferimento al famoso romanzo di Stevenson sfruttato già ampiamente nella storia del Cinema.

Se in Ragazzo Tuttofare, il suo primo film da regista, era lampante l’omaggio al cinema che Jerry Lewis ha amato (ad esempio quello di Stanlio & Ollio) è pur vero che la struttura del racconto era ancora abbastanza elementare, essendo il film una serie infinita di gag senza un nesso logico. Ne L’idolo delle donne e ne Il mattatore di Hollywood, i due film prima di quest’ultimo capolavoro, si continuava ad insistere sulla decostruzione del cinema in quanto cinema: tutto deve essere rivelato come spettacolo che, paradossalmente, assume una valenza più reale della realtà stessa. Ne Le folli notti del dottor Jerryll tutto ciò viene moltiplicato all’ennesima potenza. Lo sdoppiamento del cinema dal cinema è lo sdoppiamento del personaggio stesso. 


Molto liberamente tratto dal racconto di Stevenson, il film propone una sorta di dottor Jekyll (il professor Kelp), che scopre una pozione che può renderlo bello ed affascinante. Ma questo novello Mr. Hyde (Buddy Love) non può avere vita facile a lungo andare. Lewis estrae un partner da lui stesso. Dove prima c’era il caro amico Dean Martin ora è rimasto un vuoto, e questo vuoto non può essere colmato che da Jerry (sarà così per tutto il Cinema di questo grande autore). Ed è per questo che il Nostro è sia il professore che la “creatura”, tra l’altro plasmata sulla stessa figura del vecchio partner (affascinante crooner corteggiato da tutte le donne).

Eppure non pensate che il suo Cinema sia un Cinema parodico, perché Lewis si allontana dalla parodia per svelare la struttura stessa del Cinema e non di un unico racconto. I primi tre film di questo autore erano film sul Cinema come svelamento di realtà altre (anche del Cinema stesso). Qui lo svelamento è addirittura rappresentato nel suo svelarsi. Buddy Love ridiventa Kelp davanti ad un pubblico (quello dentro il film) che rappresenta noi stessi come pubblico (quello fuori del film). Lo so che è difficile raccapezzarsi, ma il fatto è che in questo film siamo davanti a molteplici livelli di lettura che rendono il tutto più complesso di quanto sembri (anche i finali, se guardiamo bene, sono almeno quattro!). 

Jerry Lewis ha scardinato le basi del cinema comico. Il personaggio di Kelp assume coscienza (contrariamente ai personaggi precedenti di Jerry Lewis) di essere un disadattato, e si muove per far sì che le cose cambino. Il personaggio goffo e inconsapevole dei film precedenti lascia il palcoscenico ad un personaggio consapevole e per questo altamente drammatico. La gag può essere letta come gag pura (senza sottointesi) o come qualcosa che va oltre. Ma la cosa eccezionale è che tutti e due questi piani di lettura sono legittimi e necessari.

Se dopo tutto questo molti ancora pensano che Jerry Lewis sia soltanto il picchiatello che faceva le smorfie dietro a quel cantante americano che cantava “That’s Amore”, allora è giunto il momento di andare a guardare dietro le apparenze per scoprire che a volte il Comico è molto più di quello che vuol far sembrare di essere. Che strana la vita!

(Renato Massaccesi)

IPB Image

Molto liberamente tratto dal racconto di Stevenson, il film propone una sorta di dottor Jekyll (il professor Kelp), che scopre una pozione che può renderlo bello ed affascinante. Ma questo novello Mr. Hyde (Buddy Love) non può avere vita facile a lungo andare. Lewis estrae un partner da lui stesso. Dove prima c’era il caro amico Dean Martin ora è rimasto un vuoto, e questo vuoto non può essere colmato che da Jerry (sarà così per tutto il Cinema di questo grande autore). Ed è per questo che il Nostro è sia il professore che la “creatura”, tra l’altro plasmata sulla stessa figura del vecchio partner (affascinante crooner corteggiato da tutte le donne).


Eppure non pensate che il suo Cinema sia un Cinema parodico, perché Lewis si allontana dalla parodia per svelare la struttura stessa del Cinema e non di un unico racconto. I primi tre film di questo autore erano film sul Cinema come svelamento di realtà altre (anche del Cinema stesso). Qui lo svelamento è addirittura rappresentato nel suo svelarsi. Buddy Love ridiventa Kelp davanti ad un pubblico (quello dentro il film) che rappresenta noi stessi come pubblico (quello fuori del film). Lo so che è difficile raccapezzarsi, ma il fatto è che in questo film siamo davanti a molteplici livelli di lettura che rendono il tutto più complesso di quanto sembri (anche i finali, se guardiamo bene, sono almeno quattro!).

Jerry Lewis ha scardinato le basi del cinema comico. Il personaggio di Kelp assume coscienza (contrariamente ai personaggi precedenti di Jerry Lewis) di essere un disadattato, e si muove per far sì che le cose cambino. Il personaggio goffo e inconsapevole dei film precedenti lascia il palcoscenico ad un personaggio consapevole e per questo altamente drammatico. La gag può essere letta come gag pura (senza sottointesi) o come qualcosa che va oltre. Ma la cosa eccezionale è che tutti e due questi piani di lettura sono legittimi e necessari.

Se dopo tutto questo molti ancora pensano che Jerry Lewis sia soltanto il picchiatello che faceva le smorfie dietro a quel cantante americano che cantava “That’s Amore”, allora è giunto il momento di andare a guardare dietro le apparenze per scoprire che a volte il Comico è molto più di quello che vuol far sembrare di essere. Che strana la vita!