On the Book

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PoesieRacconti.it


sabato 14 maggio 2011

Cinematerapia per migliorare se stessi...

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Fratelli Lumière

 

" La mia invenzione è destinata a non avere alcun successo commerciale."


Louis Lumière

Il ricorso alle Arti a scopo formativo e terapeutico è di grande attualità e trova nella Cinematerapia uno dei più interessanti sviluppi.
Nati entrambi negli ultimi anni del 1800, Cinema e Psicoanalisi non da subito hanno riconosciuto il loro legame fraterno. Sembra infatti che Freud considerasse il cinema "un passatempo senza storia" ed è certo che rifiutò di collaborare al film di Pabst I misteri dell'anima (1925), primo omaggio alla psicoanalisi.
Ormai maturi da tempo, i due "fratelli" sono ben consapevoli di abitare gli stessi territori di confine tra sogno e realtà, ragione e sentimento, emozione e controllo, lavoro e immagine. Le analogie tra film e sogni sono evidenti: secondo Fellini, per esempio, "il film è il sogno di una mente in stato di veglia". Altri registi affermano di essersi ispirati ai loro viaggi onirici quando hanno pensato a un film. Per lo psicoanalista Musatti i sogni sono come i film, entrambi pensano soprattutto per immagini, si dimenticano e si modificano nella memoria perché tempo e spazio non corrispondono alla vita reale. La stessa sequenza parola-immagine-parola del cinema è ben presente anche nel sogno, nel quale "la parola che nasce dall'immagine permette la verbalizzazione di esperienze preverbali che diventano pensabili" (Mauro Mancia, 2007).

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Chiamato a sua volta "fabbrica dei sogni", il medium cinematografico, con la sua illusione di verità che suscita la meraviglia e lo stupore, ha un potere evocativo, simbolico e allegorico straordinario. Esso rappresenta "l'incarnazione dell'immaginario nella realtà esterna" (Edgar Morin, 2001) e può essere considerato a tutt'oggi il "luogo privilegiato in cui l'inconscio diffonde a pioggia i propri raggi luminosi per rendere visibile l'invisibile" (Brunetta, 1995).
L'esperienza regressiva, ma emotivamente coinvolgente, di stare seduti in una sala al buio in una posizione passiva-recettiva (altrimenti definita come "veglia sognante", "allucinazione paradossale", "vertigine psichica", o ancora "coscienza sospesa e non assente") di fronte al magico scorrere della pellicola, che "permette di evocare quello che non c'è rendendolo presente" (Alina Marazzi, 2003), attiva un modo di funzionamento mentale tipico del daydreaming, del sogno, del pensiero associativo della veglia. E da questo incantesimo può nascere un autentico processo creativo e di rivelazione profonda. La visione di un buon film, con i suoi movimenti identificatori e proiettivi che ci fanno sentire in gioco in ogni personaggio, apre nuove strade e nuovi scenari per la comprensione degli aspetti emotivi e spesso inconsapevoli del nostro rapporto con la realtà. 

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Guardando lo schermo con "occhi d'oro che san vedere nella notte"(Lella Ravasi Bellocchio, 2004 e 2007), il cinema può curarci come ci cura il sogno (il nostro cinema interno) perché ci offre la straordinaria occasione di "storicizzare il nostro inconscio facendoci rivivere emozioni rimosse o dimenticate per sempre " (Mauro Mancia, 2007).
Di questo sono ben consapevoli registi come Fellini che, dopo l'ultimo ciak a un suo film (8 e mezzo), così ne riconobbe il grande potere di autoguarigione: "Non so dire esattamente cosa farò dopo questo film ma, posso dire, con molta sincerità, che esso mi ha fatto veramente beneÉ Io so che adesso potrei fare qualsiasi cosa, perché è nuovo il modo di guardare e anche il modo di amare".
A partire dagli U.S.A. si è diffuso anche in Italia l'uso terapeutico dei film: per ogni malattia (dai disturbi d'ansia e depressivi all' ipertensione e ai tumori) una pellicola, dietro consiglio di esperti che hanno all'uopo confezionato esaurienti manuali. Nancy Peske e Beverly West così introducono il loro bestseller dedicato alle donne, Cinematerapia. C'è un film per ogni stato d'animo: " (É) i film sono ben più di un semplice divertimento: sono dei medicinali che possiamo autoprescriverci. Una buona pellicola è come un ricostituente lenitivo che, se somministrato correttamente, in combinazione con l'inerzia assoluta e qualche cibo oscenamente ricco di grassi, può curare di tutto: dalle crisi d'identità ai giorni in cui ti svegli con i capelli in disordine, alla tristezza provocata dall'odio per il proprio lavoro". Secondo lo psichiatra Vincenzo Mastronardi, i film "sono come iniezioni intramuscolari di forza, di energia". Il suo Filmtherapy è un'autentica "enciclopedia psicofilmica": per ogni film ci sono le indicazioni terapeutiche e le modalità psicologiche con cui avvicinarsi ad esso.

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"Un film è come chiacchierare con un'amica/psicologa. Con il vantaggio che se non ti va lo cambi, oppure lo puoi rivedere", chiosa la giornalista Paola Maraone autrice del recentissimo Cineterapia. 99 film che fanno bene al cuore.
Eppure, come ben sottolineano Ciappina e Capriani (Manuale di Cinematerapia), è importante non confondere lo strumento con la terapia, l'effetto consolatorio del "Cinema" con gli esiti della "Cinematerapia" che si pone l'obiettivo ben più alto di perseguire uno sviluppo di crescita personale. Come Freud analizzava i sogni, via regia all'inconscio, all'interno di un ben definito setting analitico, anche i cinematerapeuti utilizzano il cinema come strumento interpretativo. Hanno così messo a punto una specifica metodologia per "comporre ed elaborare le emozioni grezze", suscitate dalla visione di film scelti ad hoc, "in processi complessi che hanno la finalità di stimolare nell'individuo lo sviluppo di nuove competenze, la realizzazione dei propri progetti profondi e agevolare il suo cammino esistenziale". I vari meccanismi psicologici, spesso inconsapevoli, di identificazione, proiezione ma anche di regressione e amplificazione vengono opportunamente rielaborati nel percorso formativo che è favorito dal lavoro in gruppo.

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Qualsivoglia sia il metodo utilizzato nel cinema come terapia, ciò che emerge sempre è la straordinaria forza delle immagini, che possono curarci se ci prendiamo a nostra volta cura di loro, per riuscire ad accedere alla dimensione simbolica che sa leggere oltre le parole e utilizzare a pieno le risorse emotive di cui siamo dotati.
Una modalità nuova che esalta questa prospettiva è l'associazione di Cinema e Sogno che coniuga la visione di un film al Social Dreaming (sognare sociale/ sognare insieme), la più recente e raffinata tecnica psicoanalitica per esplorare l'inconscio collettivo (Gordon Lawrence, 2001). Essa deriva da progetti internazionali di ricerca sulla formazione di operatori sanitari in psicooncologia (Nesci e Poliseno, 2002) per aiutarli a raggiungere una maggior consapevolezza delle dinamiche inconsce sempre presenti nella relazione di cura e che tanto peso hanno nel determinare frustrazioni e burn out. Un film a tema (come La stanza di Marvin sul cancro o Mare dentro sul tema dell'eutanasia, per esempio) viene qui utilizzato come strumento facilitatore del sogno degli spettatori che si incontrano nuovamente il giorno successivo all'interno delle matrici del sogno.
Definita da Gordon Lawrence come "luogo dove nasce qualcosa e dove non c'è la tirannia di appartenere a un gruppo perché il tramite del discorso è il sogno e non l'individuo", la matrice consente a sogni e ricordi di venire sperimentati non più come realtà individuale bensì come espressione di un patrimonio comune e trans-individuale. Fuori dalla stanza d'analisi, dove sono stati così a lungo custoditi, i sogni possono quindi tornare a pieno titolo nel mondo a occuparsi della natura dei nostri collegamenti con gli altri. Cinema e sogni sono esplorati da chi scrive, insieme alla psicoanalista Giovanna Cantarella, anche uscendo dalla valenza strettamente formativa dell'ospedale, per entrare nella comunità dei sognatori (con il film Il vento fa il suo giro al Cinema Mexico di Milano e al Multisala Portanova di Crema nel gennaio e maggio 2008) e recuperare il loro significato più profondo con un'autentica lettura collettiva, riscrittura della pellicola a più voci, ripartitura a più mani. Ogni voce narra e illumina una scena del film, vedendo aspetti che ad altri sono sfuggiti, offrendo la propria visione, la propria riflessione senza far prevalere un'opinione sull'altra. Nell' ovattata e crepuscolare atmosfera della sala cinematografica sogni, ricordi e libere associazioni si connettono gli uni agli altri con infiniti rimandi, consentendo a ciascuno di accedere a una dimensione misconosciuta della mente e della realtà per approdare a un nuovo grande film/sogno finalmente condiviso.



" L'artificio, sempre, è alla base del cinematografo. Ma non bisogna prendere questa parola in cattivo senso. Se i risultati sono buoni, l'artificio è, senz'altro, sinonimo di arte. "

Mario Soldati
 

http://giotto.ibs.it/cop/cop.aspx?s=B&f=170&x=0&e=9788807840517   
Titolo :Cinematerapia 2. Un film dopo l'altro verso la felicità
Autore :Peske Nancy; West Beverly

Sei in preda a una crisi adolescenziale? Guarda uno dei film sui teenager e sul coming out e celebra la tua vera natura. C'è qualcosa che ti tormenta? Hai un nodo in gola? Hai voglia di piangere? Immergiti in uno dei catartici film strappalacrime come "Ho sognato un angelo" e prepara i fazzoletti. Ti trovi nel bel mezzo di una fusione della famiglia nucleare? Guarda uno dei film sulle famiglie disastrate come "La famiglia Addams" e ridi del tuo bizzarro clan. Una nuova guida cinematografica che prescrive il film giusto per curare qualsiasi male e trovare la felicità. 
http://giotto.ibs.it/cop/cop.aspx?s=B&f=170&x=0&e=9788820044558

Titolo :Cineterapia. 99 film che fanno bene al cuore
Autore :Maraone Paola

Le donne sono capaci di rivedere lo stesso film centinaia di volte. Coazione a ripetere o scelta oculata? Questo libro, spiritoso e autoironico, dimostra che la fìlmtherapy funziona sempre. Da sola o in compagnia di uno stuolo di amiche fedeli, ogni donna sceglie di vedere quelle pellicole che la aiutano ad affrontare le fasi fondamentali della vita: i momenti felici, l'inizio o la fine di un amore o di un'amicizia, una passione travolgente, la maternità e i momenti tristi. Ogni film corrisponde e accompagna un diverso stato d'animo. Da "Colazione da Tiffany" a "Pretty Woman", da "Ghost" a "Harry ti presento Sally", Paola Maraone propone una lista dei 99 film, recensiti e raccontati così da farne emergere le potenzialità terapeutiche. E non serve neanche la ricetta del medico.

sabato 16 aprile 2011

Rimanere se stessi in balìa della vita...

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Rimanere se stessi in un mondo che
giorno e notte si adopera per trasformare
ciascuno di noi in un essere qualsiasi
vuol dire combattere la battaglia più dura della vita.

da 
“Sulla riva dei nostri pensieri”

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Raggiungere una valida realizzazione personale è senza dubbio la meta fondamentale per ogni individuo, ma cosa vuol dire in concreto realizzare se stessi? Per molti questa espressione è sinonimo di “affermarsi socialmente”, di acquisire potere, prestigio, denaro, e infatti gran parte delle persone aspirano a diventare “qualcuno” nella vita, oppure, se non si reputano all’altezza, fanno la scelta opposta, rassegnandosi a rimanere dei “nessuno”.
Entrambe queste scelte — accontentarsi di essere nessuno o tentare di essere qualcuno — sono soltanto illusioni, che generano confusione e sofferenza: ogni individuo è fatto per essere se stesso e tutto ciò che non è “se stesso” (essere “qualcuno” o essere “nessuno”) non può realmente gratificarlo, realizzarlo, ma al massimo dargli l’illusione momentanea di esserlo.
Molta della insoddisfazione esistenziale che caratterizza la nostra epoca dipende proprio da questa illusione, dallo sprecare il proprio tempo ed energie per realizzare ciò che non siamo o per trattenerci dal rischio di metterci davvero in gioco. Leggiamo una testimonianza dal vivo, tratta dalla raccolta di storie autobiografiche da me curata Dietro le maschere alla scoperta di se stessi, ed. da Compagnia degli araldi.
Le mete che ho inseguito negli ultimi cinque o sei anni si sono rivelate insoddisfacenti ed illusorie, e tutto ciò che ruotava attorno ad esse sta crollando come un castello di carte. Pur trattandosi di un processo doloroso ne avverto l’inevitabilità e anche la positività. Ho toccato con mano che denaro, prestigio e potere sono solo chimere che promettono ma non mantengono; è ben altro ciò che può davvero realizzarmi come essere umano, che può farmi stare bene con me stesso e con gli altri: ci illudiamo — la società ci illude — che se avremo più soldi, più potere, più prestigio saremo diversi, la nostra vita sarà migliore, ma questo è vero solo a livello superficiale; se non si cresce dentro, l’abito può al massimo ingannare gli altri ma non noi stessi. Io ho avuto la grande fortuna nella mia vita di raggiungere abbastanza presto certi traguardi e di scoprirne la vacuità, l’illusorietà. È come se vivessi per soddisfare le esigenze di un altro, non di me stesso.
Per quanto la mia mente fosse molto soddisfatta, orgogliosa di tutti i traguardi raggiunti, a me non arrivava nulla di positivo, niente che mi facesse sentire un po’ più felice: potevo pensare di avere tutto ciò che occorre per la felicità ma non potevo ingannare il mio “sentire di non essere felice”. Già alcuni decenni fa lo psicanalista Erich Fromm aveva messo in evidenza che la nostra felicità e il nostro benessere appartengono prevalentemente alla sfera dell’essere; l’avere, da solo, non può dare la felicità, sia che si tratti dell’avere materiale, sia che si tratti di avere sociale, vale a dire: potere, fama, prestigio etc.
Non tutti hanno però letto Fromm, e ancor oggi la maggior parte delle persone è preda di questa illusione, la cui forza sociale risiede in due fattori:
1) nel fatto che molti individui non raggiungono mai alcun traguardo materiale e quindi non arrivano a toccare con mano che essi sono vuoti, non nutrienti, e così possono illudersi ad infinitum, vivendo di speranza o di rassegnazione;

2) quelli che raggiungono qualche traguardo si rendono, sì, conto che essi non risolvono affatto i loro bisogni e problemi esistenziali, però gli è difficile accettare il fatto che qualcosa che tutta la società valorizza e insegue sia in realtà un’illusione, e allora pensano: “non funziona perché non ne ho abbastanza: devo averne di più, devo scalare una vetta più alta, lì troverò ciò che cerco”.
E così la spirale si perpetua. È un po’ come la storia del vestito nuovo del re: il re è nudo, ma nessuno ha il coraggio di ammetterlo, dal momento che gli altri sembrano vederne ed ammirarne il vestito, nessuno ha abbastanza fiducia in sé da credere in ciò che vede coi propri occhi e andare contro corrente: solo la purezza di un bambino — ancora non condizionato dalla società — svela l’inganno. Così è per le false mete che si diceva: pur toccando con mano la loro vacuità, manca la fiducia in se stessi per ammetterla: la società non può sbagliare — crediamo — e se tutti dicono che questo è ciò che davvero conta nella vita bisogna che sia così; se per me non funziona è colpa mia, forse non ne ho abbastanza. 


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Chi si ostina in questa spirale perversa passa tutta la vita ad arrampicarsi sempre più in alto senza però trovare mai ciò che cerca. Se la cultura dominante intende con “realizzarsi” il raggiungere vette sociali e materiali sempre più alte, la nuova cultura dà a questa espressione un ben diverso significato.
Per capirlo proviamo a immaginare l’essere umano come un seme che deve germogliare, crescere e maturare, anzi, come un insieme di semi diversi — o talenti — ciascuno dei quali rappresenta una parte importante di quel meraviglioso microcosmo che è l’uomo. 

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Se noi diamo spazio al nostro bagaglio interiore e dedichiamo tempo e attenzione a coltivare le nostre potenzialità siamo senz’altro sulla giusta strada, stiamo gradualmente realizzando noi stessi, e questo non può mancare di farci stare bene, di darci soddisfazioni e gratificazioni vere, cioè che ci nutrono nel profondo. Se, viceversa, rinneghiamo il nostro bagaglio autentico e tendiamo a sostituirlo con qualcos’altro che non ci appartiene, solo perché crediamo — o ci hanno fatto credere — che sia meglio così, allora ricaveremo solo soddisfazioni effimere, momentanee, che gratificano forse la nostra maschera sociale ma non la nostra essenza profonda, ciò che veramente siamo. In questo caso possiamo stare certi che prima o poi il nostro essere autentico si ribellerà, facendoci provare sempre più spesso sensazioni del tipo “inquietudine”, “insoddisfazione”, “noia esistenziale” e simili.
Per quanto dolorose, non vanno criticate: sono sensazioni benefiche, sono la spia rossa che ci segnala che qualcosa non va nella nostra vita, nel modo in cui stiamo vivendola, e grazie ad esse possiamo decidere di fare qualcosa per cambiare in meglio. Ogni essere umano rimane incompleto, come un seme mai germogliato, finché persegue mète non sue, finché vive inconsapevolmente, come un automa, seguendo le abitudini e le consuetudini sociali senza mai interrogarsi sulla loro effettiva validità e senza osservare gli effetti che tali abitudini producono su di sé e sugli altri. Troppo spesso deleghiamo ad altri il nostro potere di autodeterminare la nostra vita, rinunciando, in cambio di tranquillità e rassicurazione, al nostro diritto di essere se stessi.
Chiarito che cosa vuol dire “realizzarsi” cerchiamo di capire come poterlo fare in concreto. Il punto di partenza è senza dubbio conoscere se stessi, scoprire cioè di quali “semi” — o talenti — è composta la nostra dotazione interiore. Quali sono le cose per cui siamo più portati? In che cosa possiamo eccellere? Quale è il percorso che più si confa alle nostre aspirazioni e caratteristiche?
Secondo varie scuole della moderna psicologia — dalla psicosintesi alla psicologia umanistica, dall’analisi bioenergetica alla gestalt — la natura ci ha dato un radar molto semplice per rispondere a queste domande: le cose che più ci stimolano e ci danno soddisfazione sono quelle più adatte a noi.
Se avete dentro di voi certi talenti — ad esempio di tipo artistico — ogni volta che vi imbatterete in un’opera d’arte o incontrerete un artista o ne leggerete la vita, sentirete qualcosa dentro, una emozione, un sussulto, un sospiro, e così per ogni altro talento: sentiamo qualcosa dentro che ci emoziona, ci stimola, ci attrae.
Se da bambini fossimo stati allenati a capire veramente i nostri sentimenti e a fidarci delle indicazioni interiori non avremmo difficoltà nello scegliere la strada giusta per noi: i nostri sogni e le nostre aspirazioni ci fanno da guida. Il punto è che non veniamo affatto abituati a sviluppare questa capacità ma anzi siamo indotti a scegliere il nostro percorso scolastico e poi lavorativo in base a tradizioni di famiglia o a considerazioni meramente opportunistiche, quali la redditività, il prestigio sociale e simili.
Insomma, è la mente razionale a decidere, più che il cuore e il sentire interiore — una mente che non è neppure del tutto nostra, condizionata com’è dall’ambiente sociale e dai mass media. 

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L’educazione dovrebbe essere il processo attraverso il quale il potenziale di ogni individuo — i suoi talenti — viene riconosciuto e aiutato a germogliare, a venire fuori: “educazione” deriva infatti dal latino ex-ducere che significa letteralmente “portare fuori”. Purtroppo quello che si fa a scuola in molti casi non è un portar fuori i talenti del bambino, ma piuttosto portare dentro i valori e gli schemi degli adulti, quindi non è un e-ducare ma piuttosto un in-ducare, indottrinare.
La nostra mente, in misura maggiore o minore, è il prodotto di una inducazione; solo il sentire interiore è nostro, è la cosa più nostra che abbiamo, ed è indipendente dall’ambiente sociale: che voi nasciate in Cina o in Italia, poveri o ricchi, il vostro sentire è unico, i vostri talenti sono unici.
Ecco perché trovare la propria strada non è un affare per la mente ma piuttosto per quel radar interiore che chiamiamo “sentire”. Il nostro “radar” funziona in modo molto semplice, comprensibile anche da un bambino: se ciò che facciamo ci stimola, piace, ci da soddisfazione e ci nutre, non solo nel corpo ma anche nel cuore e nell’anima, allora significa che ci stiamo realizzando.
Se invece la nostra vita ci stanca, ci annoia, sembra assorbire tutte le nostre energie restituendoci poco o niente in cambio, se l’entusiasmo è per noi solo un lontano ricordo, allora questi sono segnali inequivocabili che siamo distanti dalla nostra strada e non stiamo affatto realizzando noi stessi, ma tutt’al più qualche ideale o modello altrui, qualcosa insomma che non fa realmente parte di noi.
In questo caso dobbiamo avere il coraggio di ammettere con noi stessi che è tempo di cambiare. In fondo al nostro essere sappiamo tutti, seppure vagamente, qual’è la nostra vera strada, ma spesso abbiamo paura ad ammetterlo perfino con noi stessi; la nostra ragione si preoccupa sempre di dimostrarci in infiniti modi che è impossibile seguire quella direzione, che avremmo troppo da perdere, che non saremmo all’altezza, che ormai è tardi, che.... Certo, sono motivi indubbiamente validi, ma che senso ha vivere una vita che non ci realizza? Ed è davvero così terribile perdere qualcosa che tutto sommato non ci nutre affatto?
Esistono molti casi di persone che in un certo momento della loro esistenza cambiano radicalmente vita e vanno a fare un altro lavoro. Sono casi in cui queste persone, in precedenza fuori strada, si sono rese conto delle loro reali esigenze e capacità interiori.
Non è mai troppo tardi per trovare la propria strada. E non è nemmeno detto che si debbano fare scelte drastiche come quelle suddette, a volte basta molto meno per nutrire il nostro essere. E' certamente una grossa responsabilità quella di realizzare la propria vita, ma il gioco vale senz’altro la candela: la vita è nostra, se non la viviamo noi chi la deve vivere? Chi ci può dire cosa va bene o cosa non va bene per noi se non noi stessi? Che senso ha “divenire qualcuno” in confronto a “essere se stessi”? 

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“Quando, anni fa, mi resi conto che stavo vivendo un copione scritto da altri, decisi di non stare più al gioco, di non accontentarmi di vivere una vita standard, anche se ricca di vantaggi e privilegi com’era la mia, ma di vivere la mia vera vita, di esprimere la mia vera essenza.
Non sapevo però come realizzare tutto ciò, intuivo che doveva esserci dell’altro ma non sapevo cos’era. Ho dovuto calarmi a fondo dentro di me per scoprire ciò che veramente sono, ho dovuto mettermi totalmente in discussione; cambiare molte idee che credevo mie, molti atteggiamenti che mi limitavano, ho dovuto lottare per affermare il mio diritto di essere me stesso, lottare con soggetti esterni, ma anche con alcune parti di me.
Non è stato facile, e il percorso non è ancora terminato, ma i miei sforzi sono stati ampiamente ripagati.” (tratto da “Dietro le maschere alla scoperta di se stessi”, op cit.) C’è una qualità comune a tutti gli esseri umani, anche se in molti è ancora allo stato latente, e si chiama potere personale, cioè il potere di prendere la vita nelle proprie mani, di autodeterminarla, sentendo nel profondo di noi stessi ciò che va bene, che ci fa sentire realizzati. Nessun altro può fare questa scelta al nostro posto. Dobbiamo sentirci degni di vivere la nostra autenticità, ognuno a modo suo, perché ciascuno è un esemplare unico, e anche se noi esseri umani ci somigliamo per molti aspetti, ognuno possiede una propria sfumatura di colore, di fragranza, e consentendo a se stesso di farla sbocciare e di viverla non solo realizza se stesso ma arricchisce anche l’intera umanità.
Enrico Cheli

** Enrico Cheli, sociologo, psicologo, docente universitario
www.enricocheli.com

Articolo pubblicato sulla rivista 
ARMONIA n. 12 - febbraio/marzo 2000 

giovedì 14 aprile 2011

I libri curano l'anima...

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Quante volte la lettura di un libro ci ha aiutato a superare un momento di difficoltà o, molto più semplicemente, ci ha aiutati a scivolare in un sonno piacevole; ci ha distratto con una risata, ci ha fatto riflettere su noi stessi attraverso un personaggio nel quale ci siamo rispecchiati? Cosa sia la libroterapia ce lo spiegherà Miro Silvera, autore del fortunato libro che s’intitola appunto Libroterapia. Un viaggio nel mondo infinito dei libri, perché i libri curano l'anima.

La libroterapia non cura i disturbi psichiatrici, anche minori, ma costituisce un prezioso strumento d’intervento per tutta quella “zona grigia” che va dalla crisi esistenziale o familiare alla normale tristezza o alle crisi delle “età di passaggio”, dallo smarrimento d’identità alla caduta di ruolo, situazioni che quasi mai richiedono di essere “medicalizzate”.
In un mondo che corre vertiginosamente e che ha fatto dello “scaricare da internet” una sorta di nuovo comandamento, la lettura, attraverso il contatto fisico con la pagina scritta, rappresenta un’ancora di salvezza, un momento di pausa e di riflessione, irrinunciabile per ascoltarsi, scoprire se stessi e prendersi cura del proprio sé.

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I libri danno benessere, e la biblioteca è la farmacia dell'anima. Per qualsiasi disturbo, carenza o bisogno, i libri curano, nutrono, confortano. Tenendo sempre teso il filo sottile dell'ironia, Miro Silvera accompagna i lettori tra gli scaffali e accanto ai comodini, gira attorno alle poltrone preferite e porge il cuscino giusto.
"Il vero luogo natìo è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su sé stessi. La mia prima patria sono stati i libri" afferma l'imperatore Adriano ricostruito dalla sottile penna della Yourcenar.
Libri come veicoli di libertà, occasioni di incontro, compagni di solitudine, immagine speculare di sè, o forse più semplicemente come rimedi al male di vivere, "il più imbarazzante di tutti i mali". 
Sembra infatti che la mera visione di libri eserciti un certo effetto terapeutico e forse c'è in questo qualcosa di vero se si considera che un pittore italiano, Armodio, ha fatto dei libri la sua principale musa ispiratrice. Libri quindi come lenitivi un po' a tutto tondo. Del resto, che le parole curino se ne è cominciato a fare esperienza diretta con la nascita della psicoanalisi.
Scrive Barry Lopez " a volte, per sopravvivere si ha bisogno, più ancora che di cibo, di una storia". Ma Silvera non si limita a prescrivere libri a seconda del malanno, ma va oltre, dedicando qualche paginetta anche ai luoghi dove praticare la libroterapia senza con questo giungere alla soluzione estrema adottata da Saba che scelse addirittura di vivere nella sua libreria. Forse perché anche solo sentirsi circondati dai libri può avere un effetto catartico e rassicurante. Questa la sensazione che si riceve nel vedere Astrid Lindgren all'interno del suo salotto di casa letteralmente sommersa da edizioni della sua eroina dalle trecce rosse o ancora Tiziano Terzani immortalato in uno scatto domestico mentre è sprofondato in una poltrona con alle spalle una parete di libri schierati, quasi in veste di numi tutelari. Se poi i libroterapeuti suggeriti da Silvera non dovessero rivelarsi all'altezza dei nostri malanni riprendendo sempre Lopez, caro apprendista lettore che alberghi in tanti di noi, mi verrebbe da suggerire "Se ti arrivano delle storie, abbine cura. E impara a regalarle dove ce n'è bisogno". 

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“Leggere è vivere attraverso gli occhi di un altro. In questo modo si esce poco a poco fuori da sé, dimenticando i problemi e gli assilli mondani per calarsi in un altrove sovente straniero e sconosciuto. Che miracolosamente calma e guarisce”.

Miro Silvera

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Prendetela come una specie di terapia intensiva, una rehab sentimentale a base di letteratura. Per ripescare lui, se mai l’aveste perduto, o per ripartire con nuovi flirt. Secondo i neuroscienziati dell’università del Kentucky la fiction, allenando a immaginarsi diverse, sviluppa abilità cruciali dal punto di vista evoluzionistico (sintonizzarsi con gli altri, diventare più empatiche) e quindi ad affrontare meglio i love affair. Interessate a un percorso di uscita dal tunnel della disgrazia amorosa? Con l’aiuto dello psicosessuologo Alberto Caputo abbiamo fatto la top ten dei grandi classici, i romanzi indispensabili alla guarigione.
1. Per (s)fidanzate perenni - La macchia umana, di Philip Roth
Prescrizione per capire che l’amore vero spesso arriva quando si abbandonano pregiudizi e falsi miti. E ci si ritrova finalmente sullo stesso piano, senza più veli (come diceva anche Charlotte Brontë in Jane Eyre). Per riscoprire in due il valore della complicità.
2. Per quarantenni a corto di pathos - L’amante, di Marguerite Duras
Intriso di una sensualità forte, sconvolgente e cruda, è la prova che a ogni età è possibile riattivare l’onda e amare appassionatamente, con il corpo e con la mente. Magari sovvertendo le regole e scegliendo l’uomo che credevate il vostro opposto.
3. Per traditrici seriali - Domani nella battaglia pensa a me, di Javier Marías
Ecco l’occasione per (ri)scoprire che l’inganno fa parte del gioco sempre ambiguo dell’amore. Anche senza volerlo, a volte senza saperlo, presto o tardi tutti in qualche modo lo infliggiamo o lo subiamo. Un invito a perdonare (e a perdonarsi).
4. Per quelle che non c’è limite all’attesa - Il museo dell’innocenza, di Orhan Pamuk
Sintomi: un fidanzato fedifrago, appassionato ma allergico a scelte e responsabilità. Rimedio: come Fusün, protagonista del romanzo del Nobel, dimostrare al partner che la vostra pazienza non è eterna e il vostro amore ha un prezzo. Risultato: sottrarlo all’altra ed evitargli di rimpiangere voi per tutta la vita.
5. Per martiri della coppia - Tutta un’altra musica, di Nick Hornby
Avviso alle vittime del mito dell’amore a ogni costo. L’errore è credere di non poter cambiare e non voler vedere quando la coppia scoppia. Tarpando le ali all’anima. Rimedio: tornare se stesse, seguendo la melodia della libertà ritrovata.
6. Per eterne seconde (ma ancora per poco) - Rebecca la prima moglie, di Daphne du Maurier
Dedicato a tutte quelle che sentono aleggiare il fantasma delle sue ex, ma vogliono far piazza pulita del passato. Perché ormai hanno capito: è amarsi il miglior modo per farsi riamare.
7. Per innamorate deluse - Le parole che non ti ho detto, di Nicholas Sparks
Anche le grandi storie a volte finiscono. Tra incomprensioni, dubbi e mezze verità. Morale? Quello che sembra il blando e immeritato epilogo di una folle infatuazione forse è molto di più:l’ultimo round di un incontro che ci ha evitato noia e banalità.
8. Per geishe dei fornelli - Dolce come il cioccolato, di Laura Esquivel
Come cucinare quaglie ai petali di rosa (spolpando il bouquet offerto da lui) e scoprire che la seduzione è un gioco sottile che passa (anche) attraverso il cibo. Una storia per imparare a tessere la tela della malia amorosa senza temere rivali.
9. Per chi non vuole ballare da sola - Dance, Dance, Dance di Haruki Murakami
Un disastro (sentimentale) vi risucchia l’energia. Terapia d’urto: riconnettersi al mondo e ricominciare a danzare. Ma sempre sull’onda delle proprie good vibrations. Murakami docet.
10. Per bulimiche affettive - Follia, di Patrick McGrath
Ok scegliere l’impossibile senza risparmiarsi né risparmiare nulla. Ma quando il flusso dei sentimenti diventa anarchia emotiva, è l’ora di uno stop. Perché il rischio, a non dire mai no, è di farsi manipolare. Misura d’urgenza: un romanzo per ripensarci.

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